Secondo uno studio del Parlamento europeo, le grandi società digitali eludono ogni anno al fisco europeo circa 70 miliardi di euro. Un dato clamoroso, possibile grazie alla disparità di aliquote presenti nei diversi Paesi dell’Unione. Potendo pagare le tasse solo nei Paesi in cui hanno la propria sede, i colossi del web riescono ad avere un risparmio fiscale sugli utili pari a circa 2 volte rispetto a quello di una normale azienda.

Per porre rimedio a questa situazione, circa un anno e mezzo fa la Commissione Europea ha discusso una proposta di Digital Service Tax europea. Il disegno presentato prevedeva un’aliquota del 3 per cento che le aziende digitali avrebbero dovuto pagare sul proprio fatturato, e avrebbe dovuto generare 5 miliardi di euro di entrate aggiuntive.

Qualcosa è andato storto

Tassare i giganti del web in modo che paghino dove fatturano e non solo dove hanno la loro sede legale sembrerebbe una decisione sacrosanta, tuttavia il progetto della Web Tax è naufragato causa del blocco di alcuni Paesi membri, come l’Irlanda, che hanno fatto di questa leva fiscale uno strumento di competitività strategico per la loro crescita.

Data la situazione di stallo che è venuta a crearsi, alcuni Paesi hanno iniziato a muoversi in modo autonomo.

  • La Francia ha appena approvato una tassa del 3 per cento per tutte le piattaforme online che fatturano ameno 25 milioni di euro nel Paese e almeno 750 milioni nel mondo.
  • Il Regno Unito vuole imporre una tassa al 2 per cento per le aziende che fatturano almeno 27 milioni di euro in UK e 550 milioni nel mondo.

Le risposte a queste decisioni non si sono fatte attendere. Poiché la maggior parte delle aziende colpite da queste decisioni sono americane, gli USA hanno attivato la cosiddetta Procedura 301, un’indagine per stabilire se la Francia abbia effettuato pratiche commerciali sleali. La sezione 301 del US Trade Act del 1974 conferisce all’esecutivo americano il potere di mettere in atto rappresaglie contro un governo straniero che violi un accordo commerciale internazionale.

Al momento si parla di raddoppiare la tassazione per le aziende francesi che operano negli USA. Per il Regno Unito, invece, dovesse passare la proposta di Digital Tax, la rappresaglia sarebbe potenzialmente ancora più dura e gli Stati Uniti minacciano di mandare a monte il potenziale accordo di libero scambio post-Brexit.

Serve più cooperazione

Morale della favola? Le iniziative unilaterali per far fronte a problemi globali lasciano il tempo che trovano e i Paesi europei che hanno provato a fare qualcosa sono ora sotto il ricatto degli USA.

Per far fronte alla situazione, i Governi delle principali economie mondiali hanno colto l’occasione del G7 di Chantilly per cercare un accordo. È di poche ore fa l’annuncio che entro la fine del 2020 saranno messi a punto due progetti:

  • l’introduzione di un sistema globale per la tassazione delle aziende digitali
  • la creazione di una tassa sulle imprese (corporate tax) minima per contrastare i paradisi fiscali

E l’Italia?

Con la solita efficienza e serietà, il governo sta ancora “riflettendo” al decreto attuativo per la Web Tax prevista dallo stesso governo Conte nella legge di bilancio per il 2019 quindi in vigore teoricamente da quest’anno in corso. Proprio ieri il ministro Tria, per rassicurare chi si preoccupa del mancato gettito stimato a 150 milioni causato dal ritardo, ha dichiarato di essere in realtà in attesa di decisioni a livello europeo e di OCSE e che il tutto viene rimandato – in maniera molto conveniente – al 2020.

Anche questa partita sarà un successo.

Giulia Pastorella

Giulia Pastorella

Sono un’esperta di cybersecurity e data policy e lavoro per una grande multinazionale del tech gestendo a livello globale la strategia su questi temi.

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