In questi giorni il Governo Conte II ha presentato la sua Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NaDef).

Il documento è caratterizzato da una certa discontinuità con il passato recente, sia in termini di forma che di contenuti. Il presidente Conte, in piena rottura con il suo predecessore, adotta uno stile che potremmo definire pacato, ragionevole e finanche europeista. Un cambio di passo che non possiamo non apprezzare e che relega ad un lontano passato i proclami di anni bellissimi, caratterizzati da spread alle stelle, deficit insostenibili ed espansione del debito.

Il NaDef sembra un documento di compromesso, ben rappresentativo di una fase in cui si cerca di riprendere in mano il timone di una barca che stava ormai andando alla deriva. Non è un piano con una visione di lungo periodo e tutti gli sforzi sono concentrati sulla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia.

La manovra 2020 – qualche numero

Secondo il NaDef gli obiettivi per il 2020 sono:

  • deficit che si ferma al 2,2%
  • obiettivo di crescita allo 0,6%
  • debito che scende dal 135,7% al 135,2%,

Per raggiungere questi risultati serve una manovra del valore di circa 30 miliardi di Euro (non ci sono ancora documenti ufficiali ma tutte le principali fonti, tra cui il Sole 24Ore, riportano questa indicazione), che dovrà contenere al suo interno i 23 miliardi necessari alla sterilizzazione dell’aumento dell’IVA.

Secondo le prime informazioni disponibili la finanziaria dovrebbe poggiarsi su:

  • 14-15 miliardi di maggior deficit, con un rapporto deficit Pil che passa dall’1,4% al 2,2% 
  • Circa 7 miliardi ricavati dalla lotta all’evasione fiscale, su cui ci sono ancora molti aloni di mistero e piani confusi
  • Circa 3 miliardi ottenuti da privatizzazioni di partecipazioni statali (che ritornano come ogni anno)
  • Circa 4-5 miliardi da altre misure, quali il taglio dei sussidi ambientalmente dannosi e la revisione delle tax expenditures (che rischiano di tradursi in un aumento del carico fiscale), e dal risparmio ottenuto dalla minor spesa per interessi sul debito (grazie Mario Draghi!)

Tuttavia, non possiamo ancora escludere al 100% eventuali rimodulazioni dell’IVA in sede di bilancio (secondo alcune fonti fino a 5 miliardi), nel caso in cui l’Unione Europea facesse storie sui 14 miliardi di maggior deficit oppure le misure sul recupero dell’evasione non andassero a buon fine.

Il capitolo sulla lotta all’evasione è quello che, a ben guardare, lascia aperti i maggiori interrogativi. Tra moltiplicazione delle aliquote IVA differenziate, cash back, lotteria degli scontrini, Daspo ai professionisti, tassazione dei prelievi (ma anche dei depositi, come propone la Gabanelli SIC!), le idee sono veramente tante. Il rischio vero, soprattutto in caso di “tassazione del contante”, è di ritrovarci a pagare più tasse, con un recupero del nero fatto in realtà di maggior gettito. E così i poveri contribuenti si troverebbero costretti a pagare e i furbetti potrebbero continuare ad evadere indisturbati.

Una manovra restrittiva

Nonostante un deficit ancora molto alto e un debito pubblico/Pil sostanzialmente stazionario, quella a cui ci troviamo di fronte è una manovra restrittiva, come indicato da Mario Seminerio sul suo blog Phastidio che, partendo da un’attenda analisi del tendenziale (ovvero la situazione che si realizzerebbe a legislazione invariata, con l’aumento dell’IVA), ha rilevato quella che ad una prima occhiata può sembrare un’apparente contraddizione.

Partiamo dalla voce “indebitamento netto”, cioè il rapporto deficit-Pil. Per il 2020 passa da 1,4% del tendenziale, che considera l’aumento Iva, a 2,2% del programmatico. A qualcuno sembrerà quindi una modifica espansiva, perché il deficit aumenta. Ma gli aumenti Iva valgono circa 1,3% del Pil. Se li sommassimo a 1,4%, cioè se li neutralizzassimo facendo semplicemente aumentare il rapporto deficit-Pil, avremmo 2,7% e non 2,2%.

 Sorpresi? Non dovreste. Questo è quello che accade quando i governi passano gli anni ad accumulare cambiali che continuano a rinnovare a scadenza, per importi crescenti.

Il problema della (non) crescita

Nel documento presentato la stima di crescita per il 2020 si ferma allo 0,6%, nonostante l’alto deficit e la richiesta di maggiore flessibilità all’Unione Europea. Abbiamo visto diverse forze (contenimento IVA, lotta all’evasione, revisione delle tax expenditures) che sommate fra loro portano ad una accelerazione pari a zero, in vero stile newtoniano.

Per uscire dalle trappole dei principi della dinamica, serve una avere una visione più coraggiosa. Con interventi strutturali, come la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro (vagamente accennata nel documento), investimenti in formazione e una seria revisione della spesa.

Il capitolo istruzione. Sebbene sia apprezzabile l’annuncio di un DDL che mette mano ai sistemi di vautazione del sistema nazionale di istruzione e delle università, mancano idee, anche a costo zero, come l’accelerazione sul fronte degli ITS, le c.d. lauree professionalizzanti (sullo stile del college americano o delle lauree industriali in Nord Europa), molto apprezzati dalle aziende per la loro capacità di formare manodopera altamente qualificata.

Il capitolo green economy. Come ho già dichiarato in un post della settimana scorsa, qui c’è veramente ancora molto da fare per superare le banali dichiarazioni. Si inizia a parlare di un Green New Deal, ma nelle bozze presentate dal ministro Costa e ancora in discussione, manca del tutto il tema dell’industria. Se veramente si vuole orientare la transizione industriale verso l’economia verde, bisogna spiegare cosa si intende fare quando si parla di End of Waste (ovvero la gestione circolare dei rifiuti), di transizione ecologica e riqualificazione dei lavoratori.

Infine la prospettiva europea. Non sarà facile con Luigi di Maio al ministero degli Esteri, ma è importante definire una strategia europea di crescita economica. Bisogna riprendere le discussioni sui campioni Europei d’Industria. Invece di attaccare Sandro Gozi, il Governo apra un tavolo di dialogo con per favorire le trattative tra FCA e Renault. Per non parlare dei dazi, altra spada di Damocle che può far piombare un paese esportatore come il nostro in una dura recessione. 

Verso il 2020 con il freno a mano tirato

Il 2020 si preannuncia un anno duro per tutto il mondo. Tutti si preparano ad attutire gli effetti di una possibile recessione e persino la Germania ha fatto un piano di investimenti straordinario per stimolare la propria economia. L’Italia, dal canto suo, deve provare a mantenere in piedi le proprie finanze con una manovra restrittiva, come abbiamo visto sopra.

Molto ironicamente, siamo finiti ad essere un Paese fiaccato dalle troppe manovre espansive di questi anni, tutte a deficit. Ve la ricordate la vignetta sulla cicala e la formica?

Giulia Pastorella

Giulia Pastorella

Sono un’esperta di cybersecurity e data policy e lavoro per una grande multinazionale del tech gestendo a livello globale la strategia su questi temi.

Leave a Reply